Per prima cosa lasciate almeno che mi presenti. Mi chiamo Riccardo Pera, ho ventidue anni ed il Cinema è la mia più grande passione. Se adesso sono co-autore di questo bellissimo blog, legato direttamente ad uno degli eventi culturali più suggestivi e degni di lode nel Capoluogo ligure, quale è il Genova Film Festival, è solo grazie a Massimo e Marina, che ringrazio sentitamente. In particolare esprimo a Marina la mia più sincera gratitudine, per la disponibilità e l’accoglienza dimostratami in questi giorni. Il mio nik name, in origine, è Richmond; e se il blog me lo permetterà, continuerò ad utilizzare quello, nonstante per ragioni burocratiche, in veste di co-autore di questa pagina web, abbia dovuto aggiungere una desinenza al mio nome e rinunciare alla lettera maiuscola iniziale, iscrivendomi con il nik name di richmondo. Chiamatemi Richmond, Riccardo, Ricky, richmondo. Come volete. Non spaventatevi. Sono sempre io, lunatico. Oggi Dr Jekyll. Domani Mr Hyde.
Detto questo, approfitto subito dell’opportunità concessami, per scrivere due parole riguardo a quello che reputo uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, fra quelli che ho potuto vedere. Sto parlando di L’aria salata di Alessandro Angelini, un giovane ma impegnato regista romano a cui il Film Festival genovese ha dedicato l’intera rassegna Percorsi di stile, facendo fin da subito emergere la fiducia e le aspettative che pubblico e critica ripongono in questo promettente cineasta, autore, fra gli altri lavori, di alcuni documentari che gli autori di questa kermesse si sono premurati di mostrarci in tutta la loro bellezza.
Il film, come già riporta un dettagliato ed esauriente articolo sul sito del Genova Film Festival, è l’esordio per Angelini nel lungometraggio di finzione. Ma rappresenta, per me, il definitivo pretesto per inficiare le tesi di Quentin Tarantino il quale, evidentemente mai al passo coi tempi in materia cinematografica (per quanto la sua passione per la settima arte sia effettivamente innegabile), del tutto presuntuosamente ha affermato:
Il Cinema italiano mi deprime; parla solo di coppie in crisi, di ragazzi, di vacanze e di minorati mentali. L’ho amato così tanto negli anni Sessanta e Settanta, ma ora sento che è finito tutto. Una vera tragedia.
Tralasciando ogni commento sulla infelice definizione “minorati mentali”, parlando dei temi che il Cinema italiano tratterebbe più spesso (ma davvero così tanto spesso?), con un quasi certo riferimento al bellissimo film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa, sento di poter dire che Tarantino avrebbe dovuto presenziare, qualche sera fa, alla proiezione, durante questo Genova Film Festival, dell’opera di Angelini.
Premetto subito che la proiezione è stata seguita immediatamente da un incontro con il regista, durante il quale è stato possibile a chi sedeva in poltrona fare domande e parlare del film.
La storia è semplice e chiede di esere raccontata attraverso volti che lo siano altrettanto, come quello di Giorgio Pasotti o quello di Giorgio Colangeli.
Fabio (G. Pasotti), educatore di detenuti, lavora come volontario nel carcere di Rebibbia, dove incontra il padre, Luigi Sparti (G. Colangeli), che non vedeva da molto tempo, condannato per omcidio vent’anni prima, trasferito in quella struttura penale dopo essersi finto epilettico.
La regia di Angelini è asciutta, fortemente realista, poco interessata ad ingigantire o amplificare la visione e gli spunti che essa possa offrire, bensì molto più attenta ad insistere con la macchina da presa, quasi sempre a spalla, sui volti dei suoi personaggi così umani. Il film è per la maggior parte giocato sui primi piani, su una sporta di pedinamento degli attori, che può talvolta indurre a credere che si siano rispolverare le care e vecchie teorie di Cesare Zavattini, soprattutto se si operano paragoni con altri film recenti, quali Gomorra, di M. Garrone, anch’sso così incline ad un realismo che da tempo mancava nel Cinema nostrano.
La storia di L’aria salata è una vicenda di vite spezzate, sospese, che attendno sulle corde del tempo solamente di poter concludere il loro ciclo lasciato a metà. Il carcere, qui, non è solo un luogo fisico, ma anche un non luogo spirituale, una condizione psicologica e sociale, forse, che senz’altro affligge tanto chi ha subito una condanna penale, quanto i parenti di un detenuto.
Fabio, figlio di Luigi Sparti, non vede suo padre da vent’anni; con sua sorella, ha perfino deciso di cambiare cognome. Ma un giorno lo incontra, fra queste mura austere, gelide, dove perfino fumare è proibito, ma dove forse proprio il velo grigio di una sigaretta può donare qualche intenso attimo di libertà.
Sono riuscito a formulare due domande al regista. La prima è stata questa: quanto contano i paesaggi, le architetture, le luci per sottolineare quel senso di ostilità, di affanno, di impossibilità di riconciliazione?
A dire il vero mi pareva che l’insistere slla figura così ricorrnte della “barriera”, con frequenti riprese di steccati, staccionate, recinti, ringhiere, sbarre, inferriate, grate, non solo all’interno del carcere, ma anche nei set esterni, stesse proprio a dimostrare tutto ciò. Significativa è la sequenza, ripetuta più volte, in cui un bravissimo Giorgio Pasotti corre senza meta, a perdifiato, con la machina da presa che ne segue i movimenti disperati, forsennati: quasi un urlo del movimento, con una carrellata infinita, che fiancheggia siepi e barriere d’ogni tipo, riprese quasi sempre orizzontali, come a voler diluire lo sguardo verso un traguardo iraggiungibile. E poi le forme d’ogni luogo, d’ogni oggetto, sono qui sempre così fredde, torve, ipermoderne, dominate dal rigore geometrico più intansigente, mai accarezzate da un barlume di classico, mai attenuate da una sfumatura di colore.
Le luci della notte paiono acciecare e non avvolgere. In una scena vediamo Luigi Sparti camminare su un molo ed andare incontro ad un mare impetuoso, per nulla pronto ad accoglierlo, ma intent arespingerlo con l’ifrangersi violento delle sue onde sul cemento freddo sotto i piedi del protagonista.
Il cielo plumbeo, scuro, cupo e severo pare non dar la possibilità ai personaggi di levarsi al di sopra delle nuvole ed i primi piani ossessivamente ricercati, spesso, danno la sensazione di un peso che schiaccia i personaggi sullo sfondo della loro condizione di umana debolezza.
Solo nell’ultima sequenza il sole entrerà in scena per irradiare il set di un po’ di serena speranza. Qui il cielo è terso. Siamo su una spiaggia deserta. Il mare questa volta è calmo. Ma, sullo sfondo della scena, ancora una volta c’è una barriera (si direbbe un antica costruzione romana) che, assecondando le sue linee curve, cinge le figure dei due personaggi al centro dell’immagine. Di fronte a loro il mare, quieto e pacifico, è rotto nella sua languida compatezza da una fila di scogli che interrompono il contatto diretto con l’orizzonte.
Nonostante tutto questo, Angelini, invece, mi ha risposto che la sua regia è stata più attenta a curare i personaggi, o comunque i set al chiuso (il carcere, per esempio), mentre quelli esterni, citando le sue parole, si sono rivelati essere più che altro dei luoghi che raccontano, senza raccontare.
Personalmente credo, da un lato, che quando un film apre la mente a più intepretazioni, significa che è un buon film, checché ne dicesse il mitico Fritz Lang (Un film che ha bisogno di essere commentato, non è un buon film [cit]). Se da un lato, quindi, trovo affascinanti l teorie che Bergman espresse nel suo capolavoro Persona, circa il rapporto fra artista e fruitore dell’arte, secondo le quali il primo sarebbe un monologhista che impone un punto di vista, sordo di fronte alle richieste o ai dubbi del suo pubblico….Dall’altro trovo che un film sia certamente di chi lo fa, ma anche di chi lo guarda, di chi lo legge, di chi cerca di capirlo. Come si discuteva, stamattina, con Marina.
Talvolta può accadere che un regista esprima un concetto e che questo non sia affetiamente colto.Talaltra può succedre che l’idea di partenza non contenga un vero senso, e sia allora lo spetatore a doverglielo attribuire. Perché la sogettività, tutte le idee meglio realizzate, i migliori risultati, nel Cinema, si sono molto spesso prodotte inconsapevolmente, o inconsciamente, da parte del regista.
La seconda domanda che ho rivolto al regista è stata questa: la figura di questo padre (interpretato da un Colangeli in splendida forma recitativa) prigioniero, prima di tutto, di se stesso, ma al contempo anche aguzzino dei suoi figli, le cui vite condiziona negativamente per molti anni, nasce forse come un personaggio irresponsabile. Vicina al Mc Murphy del film Qalcuno volò sul Nido del cuculo (di cui peraltro nel film è presente una citazione), comincia ad ostentare un’autoironia quasi grottesca, sbandierando spavaldamente una irresponsabilità che fa a pugni con il suo ruolo di “padre”. (SPOILER) Può essere che, man mano che ci sia avvicina al finale, questa irresponsablità si tramuti in presa di coscienza, in responsabilità, fino al culmine di questo cambiamento, quel suicidio, letto come catarsi che, al contrario di come molti lo interpetano, suona come la volontà di non determinare negativamente le esistenze dei suoi parenti?
Infine: per questa figura paterna che è assente e che forse si redime, hai raccolto qualche eco o rimando da quel bellisimo film che è Il ritorno, di A. Ziavjintzev?
Anche qui, Angelini mi ha rassicurato che le sue intenzioni erano abbastanza distanti da questa interpretazione. La chiave di lettura riamne buona e legittima, ma la verità sta da un’altra parte.
Bene ugualmente. Sono soddisfatto due volte di più, in realtà, proprio nell’aver constatato che questo è un film che non si legge solamente da sinistra a destra, ma anche da destra a sinistra, dall’alto al basso, fino a giungere a tante verità o, al contrario, a nessun traguardo.
E devo dire che ho apprezato anche quel finale (SPOILER!), che ha così trbato gran parte del pubblico presente in sala, il quale continua a comandare prentoriamente che Misery non deve morire.
Questa è l’essenza del Cinema. Un’opera come questa ti si insinua dentro, con la sua lancinante poeticità, senza tuttavia pretendere di fornire risposte certe.
Che Tarantino, allora, prima di gettare fango sui nostri registi, corra a guardarsi Gomorra di M. Garrone. Venga a gustarsi Il divo di P. Sorrentino. Scenda fra noi comuni mortali a vivere l’essenza di quell’arte che non muore mai. Venga a respirare l’aria salata di Alessandro Angelini. A respirare, in una parola, del sano e vero Cinema.
Riccardo (aka Richmond)
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Postati in Uncategorized con i tag Antonella Sica e Cristiano Palozzo, cinema indipendente, commenti, discussione, Marta Vincenzi, Massimo Federico, nickname su luglio 14, 2008 da Massi78Dopo una settimana dominata dal colore bianco, torno a queste pagine nere ritrovandole ben più frequentate di quando le ho lasciate. Durante la mia assenza sono stato avvertito di essere diventato il genovese più odiato dopo Marta Vincenzi, da amici preoccupati per la mia popolarità in drammatico declino.
Ringrazio chi in questa settimana si è preso la briga di avvertirmi, incitarmi alla replica e ovviamente anche chi si è sforzato di leggermi e si è impegnato ad attaccarmi, non ultimo chi ha scelto di difendermi. Ritengo che tutte queste siano state evidenti manifestazioni di come l’attenzione sia viva dietro all’evento Genova Film Festival, sintomo di una scena attiva e in fermento sotto la scorza di rassegnata indifferenza che a volte pare avvolgere la nostra amata città.
Grazie a tutti. Indistintamente. So bene che leggermi spesso non è semplice, veder attaccato il proprio lavoro crea sempre del movimento e non è mai facile replicare o affrontare la discussione. I miei commenti sono stati spesso (come qualcuno ha giustamente fatto notare) brevi e sarcastici e so bene che veder attaccato e liquidato il proprio lavoro in due tre righe può facilmente far salire il sangue agli occhi. Purtroppo dilungarmi in lunghe dissertazioni per ogni singolo film visto avrebbe appesantito la scorrevolezza e la leggibilità di post, già così molto lunghi. Immaginate che io abbia lanciato (anche con forza) pietre in uno stagno per vedere se qualcosa si muoveva.
Come ho cercato di spiegare nel primo post, ho scelto di aprire un blog sul GFF, per curiosità e desiderio di intromissione, ho scelto di essere diretto sincero perché non mi vergogno di quello che penso e per questo motivo ho sempre usato il mio nome. Ci tengo a chiarire che questa scelta è venuta da me e da me soltanto, perché volevo creare interesse e dialogo attorno ad una manifestazione che ritengo vitale per la crescita della scena genovese. Ritengo di esserci riuscito.
Antonella e Cristiano, hanno accettato di segnalare questo blog sul sito del festival e in conferenza stampa, ben conoscendo il mio modo di pensare e i miei atteggiamenti raramente diplomatici. Credo abbiano accettato perché sono due professionisti capaci e coraggiosi. Non hanno avuto paura di rischiare a legare il nome del festival a quello che era, è e rimane un blog di opinioni personali. Se Antonella e Cristiano non avessero dato l’assenso, probabilmente avrei aperto un blog parallelo al GFF e ci troveremmo nella stessa identica situazione. L’unica differenza forse sarebbe l’assenza del logo del festival.
Ho scorso tutti i commenti, abbastanza per capire che la cosa più conveniente da fare è rileggerli con calma e rispondere ad ognuno di voi, singolarmente. Per non costringervi ad andare a scovare le mie risposte in tutti i post, pubblicherò un nuovo post per ognuno di voi. Approfondirò il mio pensiero su molti lavori, risponderò a critiche e insulti. Nella speranza ovviamente che restino vive le discussioni e le differenze di opinione, e che gli attacchi sul piano personale rientrino in una dimensione più consona a quella che dovrebbe essere una discussione tra adulti e non una lite tra ragazzini.
Aggiungo solo che mi è dispiaciuto molto notare che in pochissimi hanno scelto di usare il proprio nome e cognome a sostegno delle proprie idee. So benissimo che su internet l’uso di nickname è la regola e che spesso molti bloggers sono famosi più con il loro nome in rete che con quello di battesimo. Ma ritengo che in questo caso, avendo scelto in molti la strada dell’attacco alla persona Massimo Federico, piuttosto che quella della discussione cinematografica, mettere un nome e un cognome dietro alle proprie parole avrebbe reso più accettabili e meno infantili molti giudizi.
Ci tengo a ripetere una volta ancora che lo scopo di questo blog è parlare di cinema, possibilmente piccolo e indipendente, che non se ne parla mai abbastanza. Ora che si è creata un po’ di onda, sarà più piacevole e stimolante approfondire il discorso su quelli che appaiono come i film più controversi, o sarà perlomeno doveroso rendere una disanima più attenta a quei film i cui autori si sono sentiti giustamente liquidati in due parole. Con qualcuno ho già parlato faccia a faccia con altri mi confronterò qui. Non vedo l’ora di cominciare a rispondervi, per sostenere meglio e in maniera più articolata ciò che ho scritto. Abbiate pazienza e affilate i coltelli.
Grazie
Massimo Federico
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