A volte, semplicemente, non si ha nulla da dire…

Il primo problema che affronto quando penso ad un cortometraggio, è la storia.

La storia ideale, per me, ha determinate caratteristiche, che rendono notevolmente complicata questa parte del lavoro:
- deve venirmi in mente di getto. se non tutta, per lo meno la struttura principale.
- mi deve piacere subito. e il giorno dopo di più.
- deve essere subordinata ad un luogo ben preciso.
Capirete che tutto questo porta innumerevoli, fastidiose, conseguenze. Capita che il luogo dove si svolge la storia sia piuttosto complicato da raggiungere o utilizzare. Quando mi viene di getto un ‘idea fantastica, spesso impiego una giornata a tentare di completarla, senza ottenere nulla. Molto più spesso la stessa idea, il giorno dopo, mi fa cagare e passo ad altro.
Molto più spesso ancora, mi sembra che non mi venga in mente nulla di interessante ed originale. Per cui accade che il mio “percorso creativo” si blocchi inesorabilmente al primo stadio di avanzamento: la storia.

Probabilmente è per questo che è da due anni che non mi sono più messo a girare cortometraggi.

Il secondo passo che affronto quando ho una storia che desidero raccontare, da buon genovese, sono le palanche.
(ma di questo parleremo in un altro momento)

Di recente ho avuto la possibilità di partecipare ad un concorso per trattamenti di un corto da 10 minuti: in palio la produzione del corto.

Per 5 giorni visitavamo luoghi e fotografavamo, i successivi due giorni si doveva scrivere un trattamento ispirato ai luoghi visti e consegnare. Pareva fosse pensato per me come concorso.

Alla fine l’ispirazione è anche arrivata, fin troppa. Ho scritto due trattamenti. Li abbiamo presentati entrambi (in collaborazione con il mio nuovo amico Irvin, regista albanese). Abbiamo vinto. Dei due ha vinto il trattamento su cui puntavamo meno, quello preparato in 20 minuti sull’onda dell’ispirazione, ripescando un soggetto inizialmente scartato, scritto di getto. Forse anche quello che tutt’ora ci piace meno.

(apro una parentesi)
Come credo avvenga ad un padre per i figli, anche un regista ha delle preferenze verso i propri lavori. Li ami tutti, ma alcuni, semplicemente, ti vanno più a genio. Come dice un amico: Sapevatelo
(chiusa la parentesi)

Entrambi i trattamenti sono stati scritti di getto. Entrambi sono legati al luogo dove li ho immaginati. Entrambi mi sono piaciuti di più il giorno dopo che il giorno stesso. Soddisfatti i requisiti essenziali. Si può dire che ho due storie. Ovviamente questo non significa avere due sceneggiature. Assolutamente. Stanno arrivando. Prima mi libererò di questo blocco post-ispirazione, prima arriveranno.

Non so perché vi ho raccontato tutto questo. Forse perché il blocco post-ispirazione si stava estendendo anche a queste pagine digitali e non mi sembrava proprio il caso. Allora meglio scrivere qualcosa al volo piuttosto che non scrivere nulla.
Forse perché in attesa della conferenza stampa del GFF, non c’è molto da dire sul festival al momento.
Forse perché mi piacerebbe sapere le vostre di storie come le fate venire fuori. Come nascono i vostri corti?
Vi vengono così? Oppure pensate, ora scrivo un corto. Magari prendete spunto da cose che vi capitano e poi inventate i particolari?
Ho sempre trovato affascinante il momento in cui, l’idea per una storia, l’idea per una buona storia, prende forma. Nel mio caso è come una specie di nebbia che a poco a poco si dirada e mi mostra un quadro più completo di tutta la storia. Come se l’ispirazione istantanea, afferrasse un dettaglio nitido e da li a poco a poco alcuni altri particolari diventano più chiari.
Non so cercando di farvi credere che la storia esiste nel suo intero, e che io mi limito a scoprirla a poco a poco e a metterla insieme. Molto spesso sono più le zone ancora oscure che quelle chiare. Tocca spesso inventare, a volte rubo qua e là, rifacendo a modo mio cose che mi sono piaciute in altri lavori, a volte rubo inconsapevolmente, come se, in qualche modo, tutto quello che ho visto e che mi è piaciuto, fosse diventato parte di me. A volte si prendono delle strade sbagliate e si aggiungono cose che c’entrano poco o che in qualche modo non si adattano. Ma se l’intuizione è quella giusta, allora è probabile che l’idea di base, lo scheletro della storia, sia valido e sia davvero possibile tirarne fuori qualcosa di buono.
È un po’ come andare a pesca, non sai mai cosa puoi prendere, ma se tira allora vuol dire che è grosso.

Massimo Federico

 

Una Risposta a “A volte, semplicemente, non si ha nulla da dire…”

  1. Premessa: non ho mai scritto un corto, e tantomeno ne ho girato uno.
    Ciò non toglie che mi piacerebbe farlo, davvero. Penso però, che come per ogni cosa, bisogna avere delle competenze. E in questo caso, ne ho meno di zero.
    Detto questo, mi capita quello che tu hai descritto, quando scrivo… Oddio, scrivo… Scribacchio. Mi capita spesso però di vedere le cose (come piace dire a me) in modo “cinematografico”. Nel senso: le cose che mi capitano, magari le più banali, le riproietto mentalmente come potrebbero starci in un film… E stessa cosa mi capita soprattuto per la musica: ascolto un brano, e ci lego un’ideale scena che ci starebbe bene. Stessa cosa coi racconti. Parto da una banlità, e poi ci ricamo, ci aggiungo, ci tolgo, l’arricchisco, la scarnifico… Insomma, volevi sapere come nascono le storie per noi, ed io te l’ho detto ;-)
    Anzi, mi sono dilungato e chiedo venia :-D

    F.

Lascia un commento