Fratelli d’Italia

È stato scelto il nuovo inno nazionale per il Kossovo.
Pare che sia una motivetto orecchiabile, senza parole, di quelli che ti viene subito da fischiettare. L’articolo dove ho letto questa notizia s’interrogava sulla utilità, al giorno d’oggi dei testi degli Inni nazionali, portando ad esempio un inno bellissimo ma sanguinario come La Marsigliese.
Mi ricordo che negli anni ‘90 ci fu un periodo di attacchi all’Inno di Mameli (che era genovese, ho scoperto). Si diceva che era musicalmente povero, per una nazione di grandi compositori, si diceva che era una marcetta e poco più. La forza della tradizione ebbe la meglio sulle pur giuste critiche, e così ancora adesso prima di venire eliminati da questi ultimi europei, prima di ogni partita, gli italiani in piedi intonavano stonati: PEREPÈ PEREPÈ PEREPE PE PE PE PÈ….. concludendo con OLÈ! e un saltino. Potere delle marcette.

A proposito di europei. Non so se facevate il tifo per l’Italia o se siete contro, per vari motivi, dal calcistico al politico. Magari non ve ne frega nulla; o forse, come accade a me, l’evento “partita della nazionale agli europei” vi attira come le api al miele, non potete fare a meno di vedere la partita da qualche parte con qualcuno che sia super-tifoso, anche se a voi fondalmentalmente non ve ne frega molto del risultato. Sperate in una vittoria, perché una vittoria vuol dire un’altra partita. Comunque, qualsiasi sia la vostra idea sul calcio, ho saputo che la prossima partita in programma è Germania – Turchia, semifinale. Queste due nazioni, così legate tra loro al giorno d’oggi, mi hanno fatto pensare a Fatih Akin grande regista tedesco di origini turche (o turco nato in germania, fate voi). I suoi ultimi due film: La sposa turca e Ai confini del paradiso oscillano continuamente tra germania e turchia, mescolando le due nazioni, luoghi e persone.
chissà per chi tiferà domani Akin?

L’inno turco, al contrario del nostro, è nato prima come musica. Dopo, sono venute le parole. È un testo fiero e sanguinario, ma molto poetico. visionario a tratti. Quello tedesco, per contro, è proprio tedesco. Breve, chiaro, semplice, in una parola: quadrato. Pare più uno spot promozionale che un inno.
Eppure musicalmente l’inno tedesco è bello. Un po’ canto da oktoberfest, ma coinvolgente.

Il mio inno preferito (e so che potrei sembrarvi spocchioso o scontato), è l’inno dell’ ex unione sovietica.
Immagino che cantarlo assieme a molti altri debba essere molto piacevole. Una sensazione forte. Poi ha un incedere musicale veramente imponente. Parla di libertà, volontà del popolo, unione e forza. Parla di Lenin (o Stalin, a seconda delle versioni), di Comunismo.
A giudicare da come è finito questo bellissimo inno, potremmo essere portati a pensare che forse accontentarsi di una marcetta orecchiabile, non sia poi un sacrificio così grande.

Massimo Federico

5 Risposte a “Fratelli d’Italia”

  1. Per me Akin tifava Italia…

  2. Potrebbe anche essere. Il film precedente a “La Sposa Turca”, “Solino”, parla di una famiglia di emigrati italiani in Germania.

  3. Perosonalmente adoro le “marcette orecchiabili”, perché è prima di tutto musicalmente che l’inno deve unire un popolo, e proprio l’inno d’Italia, che risponde a queste caratteristiche, è rimasto l’unico – seppur osboleto – collante sociale del nostro popolo così frammentato.
    Lo stesso dicasi per l’Inno francese: la marcetta orecchiabile imprime fiducia e coraggio. Le parole, invece, ci fanno ricordare quanto siamo retorici e ridondanti.
    Ma in ogni caso sono affezionato all’inno italiano, che oltre tutto fu suonato pubblicamente, per la prima volta, prorio qui a Zena, al Santuario di Oregina.
    Akin? Temo sia avulso da tutto ciò che riguarda il calcio. Ma in compenso è ben addentro alle dinamiche del Cinema. E questo ce lo fa amare. No?

  4. Massi78 Dice:

    Non è detto, Richmond, che, in quanto minimo comune denominatore del popolo italiano, l’inno nazionale sia per forza un valore positivo.
    No?
    Anche esodo e controesodo di ferragosto sono un collante sociale, ma non mi sento di rendergli lode per questo.
    Comunque sia, la risposta sulle passioni calcistiche di Akin credo la potremo avere solo da Akin stesso. Mi ricorderò di chiederglielo quando lo dovessi incontrare, ma so già che il mio giudizio sul suo cinema non cambierà qualunque fosse la sua risposta.

  5. Stai parlando con uno che ha totale sfiducia nella società: io sono un animale asociale, mai integrato, un eremita e, come Carmelo Bene, io “odio gli uomini”. Specialmente quando si aggregano fra loro.
    Ma ogni tanto credo che una valvola di sfogo vada trovata: proprio riguaro al calcio, infatti, trovo che la curva ed il cameratismo da stadio, oggi, compensino il venir meno dei valori politici degli anni Settanta. Fa ridere (o piangere)? Può darsi. Ma che la politica non sia più in grado di coedere e di eliminare le fratture sociali, quindi di riempire i vuoti nella vita delle persone, è un dato di fatto che Pasolini prima di me aveva assodato.
    E allora, oggi, l’unione e la forza (di andare avanti) vaanno trovate nelle piccole, supide cose: L’Inno di Mameli è una di queste.
    Mano sul cuore. Squarciagola. Fratellanza.
    Poi si torna alle solite querelle quotidiane, agli odii di quartiere o di vicinato, al mobbing, al nonnismo, al bullismo, alle Prodezze berlusconiste e a tuto il resto.

    Su Akin: credo che se scoprissi che è doriano non guarderei più un suo film.

    Un saluto. A presto.

    PS: gran bella rassegna di film albanesi. Purtroppo mi son perso “la morte del cavallo”, e ci tenevo a vederlo vista la soddisfazione che mi ha procurato la visione di “Concerto nel 1936″.

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