L’oro di Schenone.
Caro Sergio, grazie davvero per la risposta, cercherò di discutere con te il mio punto di vista su “L’oro di Saltaginestre” dato che come giustamente fai notare che i miei appunti sui lavori in concorso erano poco approfonditi.
Vorrei puntualizzare che la scelta di dedicare poche righe ad ogni lavoro è stata dettata dalla necessità di parlare comunque di tutti i corti che ho visto, che mi siano piaciuti o meno, e facendolo nel poco tempo a disposizione che ogni giorno mi rimaneva dopo aver passato pomeriggio e sera alla Sala Sivori. Una analisi approfondita come quella che proponi tu, avrebbe richiesto una minor presenza al festival ed una necessaria selezione tra le opere di cui parlare.
Come ho già scritto, ho scelto di lanciare alcuni sassi nello stagno per vedere se sotto la superficie qualcosa si muoveva. L’analisi più dettagliata dei singoli lavori era per forza di cose da rimandarsi dopo il festival, sfruttando le mie sassate come punto di partenza per un confronto. Così come spero accada adesso per il tuo lavoro. Che poi è stato anche quello a cui ho dedicato più spazio, forse.
Parto dalla fine, specificando che sono felice di ricevere conferma che la “leggenda metropolitana” è vera, e che esistono ancora i mecenati. Buon per te che sei riuscito ad incontrarne due sulla tua strada. Ben vengano i finanziamenti di privati al cinema, soprattutto a Genova dove da sempre i talenti hanno dovuto migrare in cerca di pascoli migliori.
Riguardo alla analisi che fai del tuo lavoro, trovo perlomeno curioso che tu definisca “L’oro di Saltaginestre” un lavoro sperimentale quando tu stesso citi scelte stilistiche e riferimenti che al giorno d’oggi sicuramente non si possono considerare sperimentali.
Quello che trovo il difetto peggiore del film risiede proprio nell’impostazione stilistica che hai deciso di dargli, esasperando se possibile ancora di più la strada intrapresa con “La bella novità”. Questo è il significato di quando dico che (artisticamente parlando s’intende) o ti si ama o ti si odia.
Perché mi rendo conto che tutto quello che vedo nel film è da te fortemente voluto, ma allo stesso tempo non posso evitare di irritarmi guardando un lavoro che nel tentativo di creare una messa in scena surreale ed eccessiva, cade troppo spesso nella macchietta e nel già visto.
I temi che il cortometraggio tocca (il potere, la guerra, il dolore) finiscono per essere rappresentati sullo schermo come potrebbero esserlo in uno sceneggiato televisivo, dove tutto dev’essere assolutamente comprensibile, e perfino il male dev’essere rassicurante.
Per cui il grottesco, diventa una valvola di sfogo che stempera il dramma e lo disperde invece di rafforzarlo. Come nella scena della partenza dei soldati (da dove è presa più la battuta di Don Mimmo sui suoi uomini che non si sporcano con le donne? da Trinità?), o nella scena del paese di sole donne con l’assolo dello scagnozzo (molto bravo) di Don Mimmo, o nella scena della lavanderia, ed il coretto sulle pastarelle.
Maestri del cinema come Bunuel, Kusturica, Tatì ci hanno mostrato come surrealismo, grottesco e comicità irreale, possono contribuire a rafforzare il messaggio che un film porta con se. Film come “Il grande dittatore”, “La grande guerra” o “Tutti a casa” hanno saputo commuoverci, ed anche attraverso la risata, farci riflettere sull’orrore della guerra, del potere e della sofferenza. Cosa che ne “L’oro di Saltaginestre” non accade. Almeno non a me.
Ovvio poi che ogni opinione è sempre personale, e così lo sono i gusti. Tutto quello che ho scritto è passibile di interpretazione e ogni cosa può essere vista bene o male. Per cui laddove io rabbrividisco nel vedere un cantastorie, c’è chi evidentemente si emoziona. (a proposito che fine fa il cantastorie? perché esiste un prologo, ma non un epilogo?).
Voglio rinnovarti invece i complimenti per l’imponente apparato produttivo che hai saputo mettere in piedi, casting, costumi e scenografie, ma anche trucco e location. La fotografia mi è sembrata invece inferiore rispetto a “La bella novità” ed è un peccato. Troppo lucida, artefatta, carica. Anche in questo caso è evidente che si tratta di scelta stilistica e, in quanto tale, soggettiva.
Piuttosto povero invece “l’effetto lampo” dato sul finale al risveglio di Don Mimmo dall’incubo.
Luglio 18, 2008 a 7:48 pm
Massimo,
mi ha fatto piacere leggere il tuo approfondimento riguardo al mio corto “L’oro di Saltaginestre”, anche perchè mi sembra, che insieme ad altri commenti, si stia uscendo da una superficialità piuttosto diffusa nel valutare i film. Alcune volte quando si parla di cinema sembra esista solo la pura emotività e si perda ogni capacità razionale di giudizio, riducendo tutto a “mi piace”, “non mi piace”, “mi diverte”, “mi annoia” ecc… Penso che il cinema come ogni forma d’arte passi anche attraverso la testa e che il ragionamento spesso porti ad una emozione ancora più profonda.
Vorrei ribattere ora ad alcune tue osservazioni, con la consapevolezza che il mio corto continuerà a non piacerti.
Esiste una categoria di corti che rispettando regole non scritte sono immediatamente collocabili come opere sperimentali. I personaggi e la recitazione sono stranianti, la fotografia mutevole ed instabile, il montaggio
forsennato o statico in modo esasperato. Il tutto per descrivere mondi onirici o realtà alternative, spesso disturbanti. Credo che in lavori di questo
tipo ci sia spesso poco di davvero sperimentale, vengono rispettate semplicemente altre regole.
Per quanto mi riguarda considero il mio corto un tentativo di sperimentazione perchè unisce scelte stilistiche e tematiche dissonanti tra loro su una base formale classica, creando qualche cosa di difficilmente classificabile.
Associare “L’oro di Saltaginestre” ad uno sceneggiato televisivo mi sembra davvero forzato. Una situazione come quella della lavanderia/sartoria dove vengono riciclate le divise dei soldati morti (un’invenzione paradossale ma plausibile), che da dramma vira in una sorta di musical, credo che difficilmente la vedremo in uno sceneggiato televisivo. Così come penso sia improbabile uno sceneggiato dove si parla un siciliano reinventato e folle, come nel mio corto.
Insieme a Francesco Scandale, con cui ho scritto la sceneggiatura, ho cercato di creare un contesto drammatico dove tutte le situazioni comiche avessero un retrogusto profondamente amaro. Il momento che tu citi dello scagnozzo, interpretato da Marco Raiola, che aggredisce verbalmente le donne vestite da uomo, ne è un esempio. Penso che possa fare sorridere ma è un momento di ennesima e terribile umiliazione per le donne del paese. Non credo che gli elementi comici e grotteschi rendano il male più rassicurante, forse ne sottolineano ulteriormente la follia con un sorriso per niente liberatorio.
Tutto questo capisco che tu lo leggerai come una serie di intenti che in te non hanno avuto nessun riscontro, ma penso rientri nella soggettività di giudizio di ognuno.
Riguardo alla fotografia mi dispiace sinceramente che tu abbia colto il lavoro di Riccardo Gambacciani sulla profondità dei neri, le dominanti di colore e sui fuochi, che rispetto alla “Bella novità”, ha aggiunto profondità e pienezza alle immagini.
Infine la figura, da te tanto detestata, del cantastorie è determinante per cogliere lo spirito da ballata popolare che in parte caratterizza il film. La scelta di inserirlo solo all’inizio è stata dettata dal fatto che il finale aperto non si adattava ad una sua riapparizione.
Mi scuso per la lunghezza ma quando ci si sente davvero coinvolti in ciò che si realizza è inevitabile risponderne con passione.
Un caro saluto
e riguardo al lampo nel finale, penso che hai ragione, poteva venire meglio.
Sergio Schenone
Luglio 21, 2008 a 6:29 pm
Ciao Sergio, è un piacere per me approfondire la mia opinione sui lavori visti al festival. Ovviamente per poterne parlare “ad armi pari” dovrei mettermi a rivedere molti lavori, ma devo dire che laddove mi abbandona per cose semplicissime la mia memoria mi sostiene sempre quando si tratta di ricordare un film.
Mi trovi d’accordo quando dici che non è il montaggio o il lavoro sulla fotografia a rendere sperimentale un lavoro, ed infatti io mi riferivo più a film come “Io non sono qui” di Todd Haynes o volendo prendere spunto dai corti visti al festival, film come “Oggi ho altro da fare” di Antonello Schioppa, o, ripensando alla scorsa edizione, “La cena di Emmaus” di Josè Corvaglia, dove l’atto di vedere ed ascoltare trasportano lo spettatore un piano narrativo che non è per forza la classica rappresenazione di un fatto o di una successione di eventi.
Per il tuo corto mi limiterei a parlare di scelte stilistiche piuttosto che sperimentazioni, dato che tutti gli elementi che lo compongono (dal linguaggio, alla costruzione a quadri, per finire con il melting pot di dramma e comico) non possono più considerarsi sperimentazioni, ma scelte di stile, in quanto già sperimentate a suo tempo da altri e ormai assimilate dal pubblico nel corpo del normale linguaggio cinematografico.
Quando parlo di sceneggiato televisivo, intendo la mancanza di inquietudine che le immagini e i temi trattati nel corto portano con se. Quello che sulla carta è un’invenzione narrativa valida, sullo schermo si appiattisce e diventa sterile, innocuo.
Ovviamente si tratta in tutto e per tutto di valutazioni personali, perché laddove io non riuscivo a provare alcuna emozione, qualcuno si è sicuramente divertito, spaventato, inorridito, indignato etc. etc.
Questo è il bello, e il brutto del cinema: che tanto lavoro e fatica, alla fine hanno come unico recettore l’occhio e il cervello dell spettatore, che in quanto unico, elabora in maniera del tutto personale il lavoro di altri amandolo, detestandolo o restandone assolutamente indifferente.
A questo punto resta poco altro da dire se non che, aspetto al varco il terzo capitolo della saga di Don Mimmo.
Luglio 3, 2009 a 3:33 pm
oggetto: film sul genoa ciao di lavoro faccio lo spazzino, ogni tanto mi chiamano per fare qualche comparsa per film,spot e altro… amo scrivere canzoni e naturalmente il GENOA…..se la cosa può interessare