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Secrets and

Posted in Uncategorized on Giugno 30, 2009 by Massi78

Ieri è cominciato il Genova Film Festival – 12a edizione.

Alla guida del carrozzone, i soliti Antonella e Cristiano e la vera grande novità la vedrete con i vostri occhi se andrete a incontrarli di persona alla solita Sala Sivori.

Per quel che riguarda il programma solita infornata di cortometraggi in due macrosezioni: Concorso Nazionale e Obiettivo Liguria. Più i soliti interessantissimi “Extra” che Cristiano ed Antonella preparano con la consueta cura e sapienza.
Se proprio siete pigri cercate almeno di andare stasera alla proiezione del film Die Welle (L’onda). Perchè? Perche racconta la storia di un professore che per spiegare ai sui alunni come fu possibile l’avvento della dittatura nazista, organizza un esperimento…
Ah, la storia è ripresa da un fatto reale, avvenuto in America negli anni sessanta.

Nel pomeriggio proiezioni dei cortometraggi del Concorso Nazionale e di In Circuito (la selezione per entrare in Obiettivo liguria)

Per gli agguerriti utenti di questo blog (sempre che ne siano rimasti), ho in serbo una trista notizia: il vostro affezionato e implacabile recensore non si produrrà, quest’anno nelle sue contestatissime valutazioni sui corti in concorso, per due ragioni.
La prima, il conflitto d’interessi. So di essere fuori moda, ma cerco di mantenere un livello minimo di rispetto per me stesso. Sono in concorso con un cortometraggio, quest’anno e non posso più permettermi il ruolo di recensore cane sciolto.
La seconda, l’assenza. Essendomi traferito all’estero, ho qualche difficoltà a partecipare al festival.

Questo non significa che questo blog debba per forza “morire”. Se qualcuno di voi lettori fosse interessato a prendersi la responsabilità di raccontare i corti i questa edizione, basta che trovi il coraggio di dire “IO” e mi scriva una letterina all’indirizzo:

m.federico@fastwebnet.it

ricevrà password di accesso, ricchi premi e cotillon.

Ah, non sto a ripetere che ancora una volta Cristiano e Antonalla hanno fatto i salti mortali per mettere in piedi il festival, non certo aiutati dai fondi pubblici che quelli servono a ben altro, si sa.

Grazie sarà sempre troppo poco.

Massimo Federico

Avviso ai Filmakers

Posted in Uncategorized con i tag on Settembre 4, 2008 by Massi78

Il Genova Film Festival è finito, da settimane ormai. Mesi addirittura.
Le visite al blog, giustamente sono crollate (ma più di 4000 persone sono passate per queste pagine e più di 2500 nei giorni del festival). Io stesso, ho disertato il blog da tempo, anche perché terminato il festival, terminate le polemiche, queste pagine hanno esaurito il loro compito per quest’anno. Lascio il blog aperto per chi comunque volesse ancora commentare o proporsi come autore. Non escludo che saltuariamente non mi venga la voglia di scrivere ancora, ma idealmente vi do appuntamento all’anno prossimo in occasione del prossimo Genova Film Festival. Se poi, come gli anni scorsi, Antonellla e Cristiano riusciranno ad organizzare ancora una volta un’anteprima di Obiettivo Liguria, non perderò l’occasione di intervenire.

Tutti voi, voi filmakers in particolare, state pronti. Adesso sapete che l’anno prossimo ci sarà un occhio attento (anzi due occhi) ad osservare i vostri lavori.

Buon autunno, inverno e ancora primavera a tutti.

Massimo Federico

Corti ad Alta Velocità

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , on Luglio 22, 2008 by Massi78

Volevo ringraziare Paco e Diego Roserberg, ovvero Manolo Luppichini e Claudio Metallo (immagino), autori del documentario “Fratelli di T.A.V.” che ha ricevuto una menzione dalla giuria del festival, per l’intervento su questo blog. Purtroppo non sono ancora riuscito a passare dall’archivio del festival per rimediare alla mia lacuna e vedere il loro film. Interessante a priori, è però il punto in cui accennano alla mancanza di interesse da parte delle televisioni verso il loro lavoro; non tanto per una questione di qualità, quanto più per l’assenza di una presa di posizione o di orientamento partitico (non politico, partitico). Andiamo bene. Per fortuna c’è ancora gente che sa dove schierarsi: attrici che sanno bene quando e con chi aprire bocca, ed ex direttori di Rai Fiction che riconoscono chi porta il bastone del comando.
A proposito, l’illuminato CdA della Rai ha votato contro il licenziamento di Agostino Saccà, che forse ricorderete per essere stato ignominosamente intercettato mentre svendeva ruli nelle fiction e la propria dignità a Silvio Berlusconi. Sapevatelo.

Tornando a noi, il commento di Paco e Diego, mi ha fatto riflettere sulle durate dei film, corti e lunghi. È curioso, se ci si pensa bene. Viviamo in un epoca che fa sempre più attenzione al tempo, in una società che cerca di ridurre il più possibile la durata di ogni attività umana: vogliamo pranzi più veloci, attese in posta più brevi, attese alle casse dei supermercati più brevi, spostamenti più veloci (TAV appunto), turni al lavoro più brevi, eppure in tutta questa corsa ad abbreviare tutto, una cosa da anni va in controtendenza, le durate dei film. Se dieci anni fa la durata media di un film era di circa un’ora e mezza, adesso ci avviciniamo sempre di più alle due ore. Chissà perché?
Chissà perché la forma breve di un film, il cortometraggio, continua a non trovare una sua collocazione al di fuori di festival e rassegne, che per chi produce e distribuisce non sono certo fonte di guadagno. Eppure le opportunità di distribuire cortometraggi, oggi sono più numerose che in passato, anche al di fuori delle sale. Senza pensare ad internet (per cui già 5 minuti sono paragonabili ad un era geologica), perché non si proiettano cortometraggi sui voli aerei a breve durata? o sui pullman e sulle corriere, oppure sui maxischermi che da un po’ di tempo invadono le stazioni italiane? Insomma ci siamo capiti…
So bene quello che direte o penserete: perché una compagnia aerea dovrebbe spendere i soldi per i diritti di sfruttamento di un cortometraggio solo per dare un servizio migliore ai propri clienti? E gli schermi alle stazioni, invece proiettano pubblicità, quindi soldi in entrata, perchè dovrebbero spendere dei soldi invece di guadagnarli? 

Forse proprio per poter dare un servizio migliore ai propri clienti, cioè noi?
Beh forse sono un folle idealista che pensa ad un mondo migliore, ma credo che la qualità del servizio sia ancora un fattore determinante per la scelta di una compagnia piuttosto che un’altra, mentre per quel che riguarda le stazioni e le pubblicità, dove è scritto che come clienti dobbiamo sopportare (oltre a ritardi e disagi) anche un incessante e invadente martellamento pubblicitario?
Qualche tempo fa, dall’Argentina arrivò la notizia che il sindaco di Buenos Aires aveva bandito qualsiasi forma di pubblicità per le strade, niente più manifesti e cartelloni. Una mossa populista e poco attenta al bilancio? Forse, ma comunque un tentativo di migliorare la vita dei cittadini, piuttosto che sfruttarli per creare giro di denaro. E se ci riescono nell’Argentina post crack finanziario, perché non dovremmo riuscirci in Italia? Mi viene in mente, scrivendo, una proposta un po’ provocatoria: perché non eliminare i finanziamenti statali alla produzione di cortometraggi, e destinarli al sostegno della distribuzione di quei lavori che, una volta realizzati, risultassero più meritevoli?

Tutto questo comunque poco ha a che vedere con lo spunto che mi lanciavano Paco e Diego, ovvero quello di imparare ad apprezzare anche i documentari (o i lavori in generale) che sulla carta mi suonano “troppo lunghi”. Hanno ragione loro, patisco il pregiudizio che metto verso i documentari in generale e verso i lavori che tendono ad avvicinarsi se non a superare la mezz’ora (parlando di festival di corti, s’intende). Eppure il più delle volte sono proprio questo tipo di lavori che alla fine mi piacciono maggiormente.

Forse se io sarò in grado di essere meno prevenuto e di lasciarmi andare a vedere, senza preconcetti, quello che mi viene proposto (da selezionatori di cui mi fido come Cristiano ed Antonella, s’intende); forse anche il pubblico in generale riuscirà a lasciarsi conquistare finalmente dalla forma breve e spesso spiazzante del cortometraggio. Chissà. Speriamo.

Massimo Federico

Liberi dai confini, liberi dai giudizi.

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on Luglio 17, 2008 by Massi78

Caro Libero ero tentato dal liquidare i tuoi commenti con una paio di battute taglienti, proprio quelle che tu odi: dopotutto se neppure tu dai sufficiente valore ai tuoi pensieri per trovare il coraggio di firmarti con nome e cognome, perché mai dovrei darci peso io?

Considerato però che rispondendoti avrei potuto approfondire alcuni punti controversi, e avrei potuto introdurre nuovi spunti di discussione sul festival; dato poi che credo profondamente che il dialogo può più di mille frecciatine, ho deciso di replicare.

È evidente poi che se tu, Sergio ed altri, avete tutti trovato che i miei commenti fossero troppo lapidari, in qualche modo non devo essere riuscito a spiegarmi bene. Come ho già detto, era impossibile pretendere una analisi completa di ogni lavoro e al contempo un post di lunghezze accettabili, avrei forse dovuto specificare prima che le due tre righe spese per ogni corto erano soprattutto un invito alla discussione, ma poco importa, il confronto ormai è partito e speriamo che non si fermi.

Se volevi che giustificassi le mie considerazioni bastava domandarlo, possibilmente con più garbo di quello che hai usato, così come ha fatto Sergio ed altri. Non mi stancherò di ripetere che l’ostacolo più grande da superare perché la scena genovese manifesti tutto il suo potenziale (per me in continua crescita), è il provincialismo che imperversa nella testa di molti autori liguri. Lo scopo principale di questo blog era di far uscire allo scoperto i registi genovesi, e di portarli, anche con la forza di una critica feroce, a discutere del proprio lavoro e di quello degli altri.
Io ho messo il mio nome, e sono uscito allo scoperto, dicendo la mia. Eppure quello che ho trovato, per la maggior parte, sono piccole persone che non hanno saputo far altro che prendersela con il dito che indica che il re è nudo. Persone che davanti a qualcuno che diceva: “il tuo film mi ha fatto schifo” (e non sono mai stato così meschino), non hanno avuto altra risposta che “sei un coglione” o “non sai comprendere” o “tu odi le donne”. Ma per favore.
Forse allora è vero che a molti autori piace di più credere nell’ignoranza di chi non apprezza i loro lavori, per continuare guardarsi il proprio ombelico in pace.

Visto che sei un fan di Sergio, prova piuttosto ad imparare dalla sua capacità di dialogo e confronto, che lo rendono, al di la della qualità soggettiva od oggettiva dei suoi film, un professionista degno di rispetto, ed infatti sul suo film c’è chi ha speso parole di lode e di apprezzamento e chi no. E l’obiettivo è stato raggiunto. Ovvero parlare di cinema.
Fin dal primo post tutti sono stati invitati a scrivere dei propri lavori, e la mia firma in fondo ai post è li proprio perché quello che scrivo sono idee mie, personali e non oggettive.
Ma tu hai preferito serpeggiare fra un commento e l’altro, lanciare frecciatine, e stilare giudizi su di me. A questo punto chi è che apre la bocca (o in questo caso muove le dita) a sproposito, e si esprime senza essere capace di analizzare? Io ho dato modo di conoscere e capire il lavoro di Sergio e di avere i miei motivi (condivisibili o meno) per non amarlo (e così farò per altri lavori in discussione). Tu su che basi parli di me?
E poi, quando qualcuno ha provato a farti notare il trave conficcato nel tuo di occhio, hai semplicemente cambiato discorso, riuscendo comunque a tacciare di parzialità le giurie. Fino a che, forse incapace di rispondere, hai preferito il silenzio.

Ad ogni modo, passiamo oltre. Non condivido la tua opinione sui vincitori: se forse “L’inganno” soffre di una certa freddezza nel raccontare per simboli l’esperienza umana, la capacità di regia e la perfezione della messa in scena, la scelta di attori e location, e non per ultimo un soggetto  piuttosto originale, per lo meno nello svolgimento, lo rendono secondo me il lavoro di gran lunga più interessante visto in Obiettivo Liguria quest’anno.
La menzione per la direzione della fotografia per “Sterno d’uccello” ti è parsa esagerata? Credo anch’io che per la fotografia potessero esserci altri lavori più meritevoli. Lo stesso direttore della fotografia, Angelo Stramaglia, in “Heartearth” mi ha dato l’impressione di fare un lavoro migliore, ma non mi sembra che il metro di giudizio possa essere basato sulla quantità di set da illuminare o meno. Che dovresti dire allora della menzione ricevuta da “L’oro di Saltaginestre”, appunto, per scene, costumi, e trucco, quando lo stesso Sergio ci ha confermato di aver avuto un discreto finanziamento per realizzarlo? È facile avere belle scene, buon trucco e tanti costumi quando hai i soldi per pagarli. No?
Io credo che la menzione a “L’oro di Saltaginestre” sia giusta perché si premia la cura verso alcuni reparti troppo spesso sottovalutati, e la menzione a “Sterno d’uccello” sia stata data per premiare la capacità di creare immagini cinematografiche pur con pochissimi mezzi.
Sono felice per la menzione ricevuta da “Scirocco” mentre come documentario avevo preferito su tutti quello su Cornigliano, ma devo dire che anche “Il colore della memoria” mi aveva colpito.
Piuttosto sono rimasto deluso, dall’esclusione da qualsiasi tipo di premio o menzione per “Zero” che forse ha patito più del giusto un soggetto troppo personale e poco incisivo, ma che ha mostrato una notevole capacità registica e produttiva in generale.

Meno d’accordo mi trova la giuria del concorso nazionale premiando il noioso “Adil e Yusuf”, per di più sottolineando nella motivazione l’assenza di stereotipi e giudizi, quando invece l’ho trovata un’opera densa di stereotipi (il macellaio che tratta male i lavoratori/schiavi neri, la solidarietà tra gli immigrati di colore, l’ inevitabilità della colpa per un immigrato clandestino nero in Italia) e di giudizi: bianchi cattivi, neri buoni ma costretti alla violenza dall’ambiente. Ma soprattutto, ripeto, noioso.

Non ho visto il documentario premiato, ne “Fratelli di T.A.V.” ma cercherò di rimediare.
E se appaiono troppe due menzioni al pur bello “La Moglie”, stona brutalmente l’assenza di menzioni ad opere come “Il lavoro”, “Oggi ho altro da fare” o il geniale “Qualcosa di straordinario”, ma evidentemente ai festival è difficile spuntarla per lavori che non siano “sociali”
Salvano in corner la baracca i giurati della delegazione ligure del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Ricordandosi del bellissimo “Guinea Pig” a cui va il premio della critica. Grazie.

Certo non posso non trovami d’accordo con te, caro Libero (evitando accuratamente qualunque illazione a giurie che so per certo essere lontane da logiche di favoritismi et similia), quando dici che più che il premio, conta il ricordo che allo spettatore rimane di un film.

Lascio all’ottimo Richmond (grazie per aver aderito allo spirito del blog partecipando come autore), le disquisizioni su immagine e concetto, campo e fuoricampo, vuoti e linee spaziali da riempire. Poichè dato che amo e parlo di cinema con la pancia e non con la testa, non saprei cosa dire.

Ora, caro Libero, torno in_sogno, laddove le bambole non solo le pettino, ma le vesto e gli do vita, dove il cinema è fantasia ed emozione e non una tesi di laurea, e dove le persone, hanno il coraggio di dare un volto alle proprie parole.

Ciao.

Massimo Federico

L’oro di Schenone.

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , on Luglio 15, 2008 by remyna

Caro Sergio, grazie davvero per la risposta, cercherò di discutere con te il mio punto di vista su “L’oro di Saltaginestre” dato che come giustamente fai notare che i miei appunti sui lavori in concorso erano poco approfonditi.
Vorrei puntualizzare che la scelta di dedicare poche righe ad ogni lavoro è stata dettata dalla necessità di parlare comunque di tutti i corti che ho visto, che mi siano piaciuti o meno, e facendolo nel poco tempo a disposizione che ogni giorno mi rimaneva dopo aver passato pomeriggio e sera alla Sala Sivori. Una analisi approfondita come quella che proponi tu, avrebbe richiesto una minor presenza al festival ed una necessaria selezione tra le opere di cui parlare.
Come ho già scritto, ho scelto di lanciare alcuni sassi nello stagno per vedere se sotto la superficie qualcosa si muoveva. L’analisi più dettagliata dei singoli lavori era per forza di cose da rimandarsi dopo il festival, sfruttando le mie sassate come punto di partenza per un confronto. Così come spero accada adesso per il tuo lavoro. Che poi è stato anche quello a cui ho dedicato più spazio, forse.
Parto dalla fine, specificando che sono felice di ricevere conferma che la “leggenda metropolitana” è vera, e che esistono ancora i mecenati. Buon per te che sei riuscito ad incontrarne due sulla tua strada. Ben vengano i finanziamenti di privati al cinema, soprattutto a Genova dove da sempre i talenti hanno dovuto migrare in cerca di pascoli migliori.
Riguardo alla analisi che fai del tuo lavoro, trovo perlomeno curioso che tu definisca “L’oro di Saltaginestre” un lavoro sperimentale quando tu stesso citi scelte stilistiche e riferimenti che al giorno d’oggi sicuramente non si possono considerare sperimentali.
Quello che trovo il difetto peggiore del film risiede proprio nell’impostazione stilistica che hai deciso di dargli, esasperando se possibile ancora di più la strada intrapresa con “La bella novità”. Questo è il significato di quando dico che (artisticamente parlando s’intende) o ti si ama o ti si odia.
Perché mi rendo conto che tutto quello che vedo nel film è da te fortemente voluto, ma allo stesso tempo non posso evitare di irritarmi guardando un lavoro che nel tentativo di creare una messa in scena surreale ed eccessiva, cade troppo spesso nella macchietta e nel già visto.
I temi che il cortometraggio tocca (il potere, la guerra, il dolore) finiscono per essere rappresentati sullo schermo come potrebbero esserlo in uno sceneggiato televisivo, dove tutto dev’essere assolutamente comprensibile, e perfino il male dev’essere rassicurante.
Per cui il grottesco, diventa una valvola di sfogo che stempera il dramma e lo disperde invece di rafforzarlo. Come nella scena della partenza dei soldati (da dove è presa più la battuta di Don Mimmo sui suoi uomini che non si sporcano con le donne? da Trinità?), o nella scena del paese di sole donne con l’assolo dello scagnozzo (molto bravo) di Don Mimmo, o nella scena della lavanderia, ed il coretto sulle pastarelle.
Maestri del cinema come Bunuel, Kusturica, Tatì ci hanno mostrato come surrealismo, grottesco e comicità irreale, possono contribuire a rafforzare il messaggio che un film porta con se. Film come “Il grande dittatore”, “La grande guerra” o “Tutti a casa” hanno saputo commuoverci, ed anche attraverso la risata, farci riflettere sull’orrore della guerra, del potere e della sofferenza. Cosa che ne “L’oro di Saltaginestre” non accade. Almeno non a me.
Ovvio poi che ogni opinione è sempre personale, e così lo sono i gusti. Tutto quello che ho scritto è passibile di interpretazione e ogni cosa può essere vista bene o male. Per cui laddove io rabbrividisco nel vedere un cantastorie, c’è chi evidentemente si emoziona. (a proposito che fine fa il cantastorie? perché esiste un prologo, ma non un epilogo?).
Voglio rinnovarti invece i complimenti per l’imponente apparato produttivo che hai saputo mettere in piedi, casting, costumi e scenografie, ma anche trucco e location. La fotografia mi è sembrata invece inferiore rispetto a “La bella novità” ed è un peccato. Troppo lucida, artefatta, carica. Anche in questo caso è evidente che si tratta di scelta stilistica e, in quanto tale, soggettiva.
Piuttosto povero invece “l’effetto lampo” dato sul finale al risveglio di Don Mimmo dall’incubo.

Back in Black

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , on Luglio 14, 2008 by Massi78

Dopo una settimana dominata dal colore bianco, torno a queste pagine nere ritrovandole ben più frequentate di quando le ho lasciate. Durante la mia assenza sono stato avvertito di essere diventato il genovese più odiato dopo Marta Vincenzi, da amici preoccupati per la mia popolarità in drammatico declino.

Ringrazio chi in questa settimana si è preso la briga di avvertirmi, incitarmi alla replica e ovviamente anche chi si è sforzato di leggermi e si è impegnato ad attaccarmi, non ultimo chi ha scelto di difendermi. Ritengo che tutte queste siano state evidenti manifestazioni di come l’attenzione sia viva dietro all’evento Genova Film Festival, sintomo di una scena attiva e in fermento sotto la scorza di rassegnata indifferenza che a volte pare avvolgere la nostra amata città.

Grazie a tutti. Indistintamente. So bene che leggermi spesso non è semplice, veder attaccato il proprio lavoro crea sempre del movimento e non è mai facile replicare o affrontare la discussione. I miei commenti sono stati spesso (come qualcuno ha giustamente fatto notare) brevi e sarcastici e so bene che veder attaccato e liquidato il proprio lavoro in due tre righe può facilmente far salire il sangue agli occhi. Purtroppo dilungarmi in lunghe dissertazioni per ogni singolo film visto avrebbe appesantito la scorrevolezza e la leggibilità di post, già così molto lunghi. Immaginate che io abbia lanciato (anche con forza) pietre in uno stagno per vedere se qualcosa si muoveva.

Come ho cercato di spiegare nel primo post, ho scelto di aprire un blog sul GFF, per curiosità e desiderio di intromissione, ho scelto di essere diretto sincero perché non mi vergogno di quello che penso e per questo motivo ho sempre usato il mio nome. Ci tengo a chiarire che questa scelta è venuta da me e da me soltanto, perché volevo creare interesse e dialogo attorno ad una manifestazione che ritengo vitale per la crescita della scena genovese. Ritengo di esserci riuscito.

Antonella e Cristiano, hanno accettato di segnalare questo blog sul sito del festival e in conferenza stampa, ben conoscendo il mio modo di pensare e i miei atteggiamenti raramente diplomatici. Credo abbiano accettato perché sono due professionisti capaci e coraggiosi. Non hanno avuto paura di rischiare a legare il nome del festival a quello che era, è e rimane un blog di opinioni personali. Se Antonella e Cristiano non avessero dato l’assenso, probabilmente avrei aperto un blog parallelo al GFF e ci troveremmo nella stessa identica situazione. L’unica differenza forse sarebbe l’assenza del logo del festival.

Ho scorso tutti i commenti, abbastanza per capire che la cosa più conveniente da fare è rileggerli con calma e rispondere ad ognuno di voi, singolarmente. Per non costringervi ad andare a scovare le mie risposte in tutti i post, pubblicherò un nuovo post per ognuno di voi. Approfondirò il mio pensiero su molti lavori, risponderò a critiche e insulti. Nella speranza ovviamente che restino vive le discussioni e le differenze di opinione, e che gli attacchi sul piano personale rientrino in una dimensione più consona a quella che dovrebbe essere una discussione tra adulti e non una lite tra ragazzini.

Aggiungo solo che mi è dispiaciuto molto notare che in pochissimi hanno scelto di usare il proprio nome e cognome a sostegno delle proprie idee. So benissimo che su internet l’uso di nickname è la regola e che spesso molti bloggers sono famosi più con il loro nome in rete che con quello di battesimo. Ma ritengo che in questo caso, avendo scelto in molti la strada dell’attacco alla persona Massimo Federico, piuttosto che quella della discussione cinematografica, mettere un nome e un cognome dietro alle proprie parole avrebbe reso più accettabili e meno infantili molti giudizi.

Ci tengo a ripetere una volta ancora che lo scopo di questo blog è parlare di cinema, possibilmente piccolo e indipendente, che non se ne parla mai abbastanza. Ora che si è creata un po’ di onda, sarà più piacevole e stimolante approfondire il discorso su quelli che appaiono come i film più controversi, o sarà perlomeno doveroso rendere una disanima più attenta a quei film i cui autori si sono sentiti giustamente liquidati in due parole. Con qualcuno ho già parlato faccia a faccia con altri mi confronterò qui. Non vedo l’ora di cominciare a rispondervi, per sostenere meglio e in maniera più articolata ciò che ho scritto. Abbiate pazienza e affilate i coltelli.

Grazie

Massimo Federico

“L’aria salata”, di A. Angelini: ma il Cinema italiano non era morto?

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , on Luglio 8, 2008 by richmondo

Per prima cosa lasciate almeno che mi presenti. Mi chiamo Riccardo Pera, ho ventidue anni ed il Cinema è la mia più grande passione. Se adesso sono co-autore di questo bellissimo blog, legato direttamente ad uno degli eventi culturali più suggestivi e degni di lode nel Capoluogo ligure, quale è il Genova Film Festival, è solo grazie a Massimo e Marina, che ringrazio sentitamente. In particolare esprimo a Marina la mia più sincera gratitudine, per la disponibilità e l’accoglienza dimostratami in questi giorni. Il mio nik name, in origine, è Richmond; e se il blog me lo permetterà, continuerò ad utilizzare quello, nonstante per ragioni burocratiche, in veste di co-autore di questa pagina web, abbia dovuto aggiungere una desinenza al mio nome e rinunciare alla lettera maiuscola iniziale, iscrivendomi con il nik name di richmondo.  Chiamatemi Richmond, Riccardo, Ricky, richmondo. Come volete.  Non spaventatevi. Sono sempre io, lunatico. Oggi Dr Jekyll. Domani Mr Hyde.

Detto questo, approfitto subito dell’opportunità concessami, per scrivere due parole riguardo a quello che reputo uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, fra quelli che ho potuto vedere. Sto parlando di L’aria salata di Alessandro Angelini, un giovane ma impegnato regista romano a cui il Film Festival genovese ha dedicato l’intera rassegna Percorsi di stile, facendo fin da subito emergere la fiducia e le aspettative che pubblico e critica ripongono in questo promettente cineasta, autore, fra gli altri lavori, di alcuni documentari che gli autori di questa kermesse si sono premurati di mostrarci in tutta la loro bellezza.

Il film, come già riporta un dettagliato ed esauriente articolo sul sito del Genova Film Festival, è l’esordio per Angelini nel lungometraggio di finzione. Ma rappresenta, per me, il definitivo pretesto per inficiare le tesi di Quentin Tarantino il quale, evidentemente mai al passo coi tempi in materia cinematografica (per quanto la sua passione per la settima arte sia effettivamente innegabile), del tutto presuntuosamente ha affermato:

Il Cinema italiano mi deprime; parla solo di coppie in crisi, di ragazzi, di vacanze e di minorati mentali. L’ho amato così tanto negli anni Sessanta e Settanta, ma ora sento che è finito tutto. Una vera tragedia.

Tralasciando ogni commento sulla infelice definizione “minorati mentali”, parlando dei temi che il Cinema italiano tratterebbe più spesso (ma davvero così tanto spesso?), con un quasi certo riferimento al bellissimo film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa, sento di poter dire che Tarantino avrebbe dovuto presenziare, qualche sera fa, alla proiezione, durante questo Genova Film Festival, dell’opera di Angelini.

Premetto subito che la proiezione è stata seguita immediatamente da un incontro con il regista, durante il quale è stato possibile a chi sedeva in poltrona fare domande e parlare del film.

La storia è semplice e chiede di esere raccontata attraverso volti che lo siano altrettanto, come quello di Giorgio Pasotti o quello di Giorgio Colangeli.

Fabio (G. Pasotti), educatore di detenuti, lavora come volontario nel carcere di Rebibbia, dove incontra il padre, Luigi Sparti (G. Colangeli), che non vedeva da molto tempo, condannato per omcidio vent’anni prima, trasferito in quella struttura penale dopo essersi finto epilettico.

La regia di Angelini è asciutta, fortemente realista, poco interessata ad ingigantire o amplificare la visione e gli spunti che essa possa offrire, bensì molto più attenta ad insistere con la macchina da presa, quasi sempre a spalla, sui volti dei suoi personaggi così umani. Il film è per la maggior parte giocato sui primi piani, su una sporta di pedinamento degli attori, che può talvolta indurre a credere che si siano rispolverare le care e vecchie teorie di Cesare Zavattini, soprattutto se si operano paragoni con altri film recenti, quali Gomorra, di M. Garrone, anch’sso così incline ad un realismo che da tempo mancava nel Cinema nostrano.

La storia di L’aria salata è una vicenda di vite spezzate, sospese, che attendno sulle corde del tempo solamente di poter concludere il loro ciclo lasciato a metà. Il carcere, qui, non è solo un luogo fisico, ma anche un non luogo spirituale, una condizione psicologica e sociale, forse, che senz’altro affligge tanto chi ha subito una condanna penale, quanto i parenti di un detenuto.

Fabio, figlio di Luigi Sparti, non vede suo padre da vent’anni; con sua sorella, ha perfino deciso di cambiare cognome. Ma un giorno lo incontra, fra queste mura austere, gelide, dove perfino fumare è proibito, ma dove forse proprio il velo grigio di una sigaretta può donare qualche intenso attimo di libertà.

Sono riuscito a formulare due domande al regista. La prima è stata questa: quanto contano i paesaggi, le architetture, le luci per sottolineare quel senso di ostilità, di affanno, di impossibilità di riconciliazione?

A dire il vero mi pareva che l’insistere slla figura così ricorrnte della “barriera”, con frequenti riprese di steccati, staccionate, recinti, ringhiere, sbarre, inferriate, grate, non solo all’interno del carcere, ma anche nei set esterni, stesse proprio a dimostrare tutto ciò. Significativa è la sequenza, ripetuta più volte, in cui un bravissimo Giorgio Pasotti corre senza meta, a perdifiato, con la machina da presa che ne segue i movimenti disperati, forsennati: quasi un urlo del movimento, con una carrellata infinita, che fiancheggia siepi e barriere d’ogni tipo, riprese quasi sempre orizzontali, come a voler diluire lo sguardo verso un traguardo iraggiungibile. E poi le forme d’ogni luogo, d’ogni oggetto, sono qui sempre così fredde, torve, ipermoderne, dominate dal rigore geometrico più intansigente, mai accarezzate da un barlume di classico, mai attenuate da una sfumatura di colore.

Le luci della notte paiono acciecare e non avvolgere. In una scena vediamo Luigi Sparti camminare su un molo ed andare incontro ad un mare impetuoso, per nulla pronto ad accoglierlo, ma intent arespingerlo con l’ifrangersi violento delle sue onde sul cemento freddo sotto i piedi del protagonista.

Il cielo plumbeo, scuro, cupo e severo pare non dar la possibilità ai personaggi di levarsi al di sopra delle nuvole ed i primi piani ossessivamente ricercati, spesso, danno la sensazione di un peso che schiaccia i personaggi sullo sfondo della loro condizione di umana debolezza.

Solo nell’ultima sequenza il sole entrerà in scena per irradiare il set di un po’ di serena speranza. Qui il cielo è terso. Siamo su una spiaggia deserta. Il mare questa volta è calmo. Ma, sullo sfondo della scena, ancora una volta c’è una barriera (si direbbe un antica costruzione romana) che, assecondando le sue linee curve, cinge le figure dei due personaggi al centro dell’immagine. Di fronte a loro il mare, quieto e pacifico, è rotto nella sua languida compatezza da una fila di scogli che interrompono il contatto diretto con l’orizzonte.

Nonostante tutto questo, Angelini, invece, mi ha risposto che la sua regia è stata più attenta a curare i personaggi, o comunque i set al chiuso (il carcere, per esempio), mentre quelli esterni, citando le sue parole, si sono rivelati essere più che altro dei luoghi che raccontano, senza raccontare.

Personalmente credo, da un lato, che quando un film apre la mente a più intepretazioni, significa che è un buon film, checché ne dicesse il mitico Fritz Lang (Un film che ha bisogno di essere commentato, non è un buon film [cit]). Se da un lato, quindi, trovo affascinanti l teorie che Bergman espresse nel suo capolavoro Persona, circa il rapporto fra artista e fruitore dell’arte, secondo le quali il primo sarebbe un monologhista che impone un punto di vista, sordo di fronte alle richieste o ai dubbi del suo pubblico….Dall’altro trovo che un film sia certamente di chi lo fa, ma anche di chi lo guarda, di chi lo legge, di chi cerca di capirlo. Come si discuteva, stamattina, con Marina.

Talvolta può accadere che un regista esprima un concetto e che questo non sia affetiamente colto.Talaltra può succedre che l’idea di partenza non contenga un vero senso, e sia allora lo spetatore a doverglielo attribuire. Perché la sogettività, tutte le idee meglio realizzate, i migliori risultati, nel Cinema, si sono molto spesso prodotte inconsapevolmente, o inconsciamente, da parte del regista.

 

La seconda domanda che ho rivolto al regista è stata questa: la figura di questo padre (interpretato da un Colangeli in splendida forma recitativa) prigioniero, prima di tutto, di se stesso, ma al contempo anche aguzzino dei suoi figli, le cui vite condiziona negativamente per molti anni, nasce forse come un personaggio irresponsabile. Vicina al Mc Murphy del film Qalcuno volò sul Nido del cuculo (di cui peraltro nel film è presente una citazione), comincia ad ostentare un’autoironia quasi grottesca, sbandierando spavaldamente una irresponsabilità che fa a pugni con il suo ruolo di “padre”. (SPOILER) Può essere che, man mano che ci sia avvicina al finale, questa irresponsablità si tramuti in presa di coscienza, in responsabilità, fino al culmine di questo cambiamento, quel suicidio, letto come catarsi che, al contrario di come molti lo interpetano, suona come la volontà di non determinare negativamente le esistenze dei suoi parenti?

Infine: per questa figura paterna che è assente e che forse si redime, hai raccolto qualche eco o rimando da quel bellisimo film che è Il ritorno, di A. Ziavjintzev?


Anche qui, Angelini mi ha rassicurato che le sue intenzioni erano abbastanza distanti da questa interpretazione. La chiave di lettura riamne buona e legittima, ma la verità sta da un’altra parte.

Bene ugualmente. Sono soddisfatto due volte di più, in realtà, proprio nell’aver constatato che questo è un film che non si legge solamente da sinistra a destra, ma anche da destra a sinistra, dall’alto al basso, fino a giungere a tante verità o, al contrario, a nessun traguardo.

E devo dire che ho apprezato anche quel finale (SPOILER!), che ha così trbato gran parte del pubblico presente in sala, il quale continua a comandare prentoriamente che Misery non deve morire.

Questa è l’essenza del Cinema. Un’opera come questa ti si insinua dentro, con la sua lancinante poeticità, senza tuttavia pretendere di fornire risposte certe.

Che Tarantino, allora, prima di gettare fango sui nostri registi, corra a guardarsi Gomorra di M. Garrone. Venga a gustarsi Il divo di P. Sorrentino. Scenda fra noi comuni mortali a vivere l’essenza di quell’arte che non muore mai. Venga a respirare l’aria salata di Alessandro Angelini. A respirare, in una parola, del sano e vero Cinema.

 

 

 

Riccardo (aka Richmond)

dialogo

Posted in Uncategorized con i tag , , , on Luglio 6, 2008 by remyna

sono dispiaciutissima che massimo sia all’estero in questi giorni, tornerà fra qualche giorno, è un vero peccato che la discussione debba aspettare qualche giorno per continuare ma d’altra parte solo lui può controbattere ai suoi post. sono curiosa di vedere come si evolverà perchè come dice schenone in un commento: “parlare di cinema è sempre importante… ” è vero!
grazie a tutti per gli interventi!

sono felice che che Richmond abbia accettato di collaborare al blog, chiunque ne abbia voglia o sente di avere i numeri per farlo si proponga liberamente.
sarebbe bello se questo blog potesse diventare una spazio aperto alla discussione, non solo durante il festival, un luogo dove i giovani filmakers della scena genovese possano confrontarsi, discutere scambiarsi opinioni e soprattutto sostegno. spero.

in questi anni grazie al premio di “obiettivo liguria” stiamo, tutti, crescendo tanto… è bello! facciamo tanti film e parliamone… è bello!

ho fatto qualche ripresa della serata di premiazione del festival ma sono venute così male che non ho il coraggio di postarle, certo… se proprio volete vederle… se ne può parlare.

marina

p.s.

oggi ho visto “l’aria salata” e ho pianto tutto il tempo, mi è piaciuto da morire. applausi.

obiettivo liguria atto terzo

Posted in Uncategorized on Luglio 5, 2008 by Massi78

Come lo scorso anno, evidentemente Cristiano ed Antonella, hanno concentrato i lavori più interessanti di Obiettivo Liguria all’ultima giornata, piazzando sapientemente qua e la nelle altre giornate outsider di valore e corti di buon livello, per cercare di mascherare i lavori più poveri. Politica della scaletta.

Fatto è che l’ultima scoppiettante tranche ci offre, pronti via, quattro documentari “100 volte donna” documentario pur interessante sulle donne anche se alquanto confuso (ma esattamente di cosa parla?), “A Sonagachi, dove il sesso non è amore” sulla prostituzione come mestiere in India, l’accattivante “Imaging Budapest” e “Il colore della memoria” sui desaparecidos. Tutti egualmente validi, anche se quello su Cornigliano rimane la mia prima scelta.

Il primo lavoro di fiction della giornata è “L’oro di Saltaginestre”, sequel de “La bella novità” vincitore lo scorso anno. Di Sergio Schenone, pluripremiato a Obiettivo Liguria. Chi mi conosce sa che non avevo gradito già il lavoro dello scorso anno (non per campanilismo eh!), e credo che questo sequel sia peggiore del primo. La storia procede a siparietti come da programma, senza troppo capo ne coda, l’immaginario è da fiera tradizional-popolare, la regia impostata e la fotografia plasticona. Per contro la produzione è imponente, costumi, trucco e scenografie di lusso e location notevoli.
LA leggenda metropolitana vuole che, visto “LA bella novità”, entusiasta Pescetto (quello del negozio di abbigliamento, si) abbia proposto a Schenone di fare il sequel offrendosi di finanziarlo. Poi si sà che Genove è un paesone e le voci girano, ma mutano. Ho sentito parlare di cifre attorno ai 50.000 euro, che per qualcuno sono 60.000 per altri 40.000 e per alti ancora 25.000. Comunque sia. Tanti soldi. Per un corto.
Ci sarebbe da parlare per ore di questo corto, magari dedicherò un post intero. Schenone, comunque, si conferma autore controverso. O lo ami o lo odi.
“Da cuore a cuore”, è forse il lavoro più debole, Un parallelo tra Mozart e un bimbo al giorno d’oggi, curato, ma freddo e troppo caricato.
“Scirocco” avevamo già avuto modo di apprezzarlo alla Berio alle anteprime, un lavoro delizioso, che ha tutti i numeri per concorrere alla vittoria.

Segue un lavoro senza titolo, che è un divertente gioco che l’autore fa per esorcizzare le sue paura verso un giudizio, l’ecologista simbolico “Heartearth” divertente nella recitazione, e retorico nella messa in scena.
“Un pesce” di Lo Presti, che ha evidentemente studiato le inquadrature dello scorso workshop kodac all’acquario, e riproposte dopo un Frankenstein di montaggio. E poi i delfini non sono pesci…

“Zero” di Emanuele Cova è tra i miei preferiti, girato benissimo e tecnicamente di altissimo livello, peccato che la storia sia nn pervenuta. Da tenere d’occhio. Infine chiude la kermesse “L’inganno. Un corto simbolico dove però tutto è orchestrato così bene che convince subito. Ottima regia, buona fotografia, sceneggiatura, cast.

questo blog soffre un po’ dell’essenza delle recensioni dei lettori/spettatori o degli stessi filmakers. inviatecele! altrimenti questi post sembrano sentenze, quando invece sono un semplice punto di vista che senza un confronto perde significato, coraggio.

Massimo Federico

Incontri con gli autori

Posted in Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , , , , , on Luglio 5, 2008 by Massi78

Doppia tranche di corti del nazionale stasera.
Al pomeriggio “Serena” interessante soggetto su una bambina che vorrebbe raggiungere il papà al mare, ma deve aiutare la madre a prendersi cura dell’anziana nonna. Realizzazione povera e imprecisa. Peccato.
segue “Lubrifica nos domine” coraggioso lavoro sulla frigidità di una donna che perde mordente sul finale.
“Basette” l’atteso, immancabile, corto con Mastandrea. Divertentissima commedia per i nostalgici della mia generazione cresciuti a pane e cartoni animati giapponesi. Sceneggiatura ottima e buona regia. Interpreti giustamente sopra le righe. Il dialogo sul pezzo di fumo è fantastico.

Non ho tempo di vedere finire la tranche ma devo conservare le forze per i corti della sera.
Entro un po’ con fatica in sala, ma devo vedere anche questi lavori per capire se davvero quest’anno la selezione è meno brillante. Fino ad ora molti corti mediocri e pochi rari acuti.

Alle nove sono seduto in sala osservando i deliri visionari di Andrea Liberovici. Non avevo mai visto i suoi lavori pur conoscendolo da un po’ di tempo. Andrea è giurato per il concorso nazionale. Se “Postcards from hell” rappresenta il suo immaginario visivo, mi posso immaginare cosa pensa dei corti che deve giudicare.

“La grande menzogna” apre la tranche 03, l’ultima che mi resta da vedere. Il corto parla di Anna Magnani che incontra Bette Davis. Si mettono a guardare i reciproci film… Fino quasi alla fine, ero irritato per come una attrice, al giorno d’oggi, potesse minimamente immaginare di interpretare Bette Davis o la Magnani senza uscirne distrutta. Contando poi che il corto è stato scritto da una delle protagoniste, la colpa era doppia. Il finale rivaluta tutto il corto, che si rivela in extremis davvero divertente e convincente nella messa in scena. “Guinea Pig” vede il ritorno alla forma corta di Antonello De Leo, dopo una nomination agli oscar con il corto “Senza Parole” nel 1997. Pare quasi incredibile vedere Fiona May recitare veramente, ed è già un successo. La storia poi avvolge piano e a poco a poco ci si trova invischiati in un gioco molto più grande di quello che ci si immagina. Un possibile vincitore? Speriamo. Dopo questo discreto colpo allo stomaco, arrivano i fantastici alieni immaginati da Astutillo Smeriglia, in “Qualcosa di straordinario” geniale e delirante cartone animato da morire dal ridere. E dopo le lacrime non è possibile non commuoversi di fronte alla poesia di “Oggi ho altro da fare” di Antonello Schioppa, che in poco più di quattro minuti ci mostra come sia possibile coniugare poesia, racconto, sperimentazione e un budget irrisorio. 

A questo punto mi trovo in grave imbarazzo, sono finalmente arrivati i corti belli, e che corti… Fossi nella giuria avrei gravi problemi a scegliere un vincitore. Ricapitolando allo sprint finale arrivano, “Il lavoro”, “Qualcosa di straordinario”, “Oggi ho altro da fare”, “Guinea Pig” e staccati di mezza misura, “La moglie” e “Basette”. Davvero una bella corsa al premio.

Esco dalla sala prima saltando i documentari, perchè ho il cervello stanco. Mentre bighelloneggio con gli amici fuori dalla sala, ho l’occasione di conoscere personalmente Antonelllo De Leo con Floria Aprea (produttrice del suo corto), che con mia grande sorpresa mi conoscono già. Quando mi presento ad Antonello infatti, lui mi dice:
Massimo…ma sei mica Massimo Federico?
e io, imbarazzato:
si… sono io. 

In pratica lui mi conosceva perché legge questo blog, e non solo. Addirittura temeva il mio severo giudizio.
Sembro davvero così cattivo?
Certo che ne succedono cose strane.

Orgoglioso dell’incontro con Antonello e Floria, mi faccio avanti anche con Antonello Schioppa, e incontro un’altra splendida persona con cui finisco a mangiare focaccine, e bere birra corsa alla Polena. Fino alle 3.

C’è una cosa che mi stupisce sempre. Spesso dietro ai film che più mi piacciono ci sono persone di valore, e faccio grandi incontri. Non so perché ma lo trovo bello e confortante.

Massimo Federico